Macau Grand Prix, corsa vera o “roulette russa”?

Definire mitica questa corsa sul serpente cittadino “Da Guia” incentrata sulle auto (Formula3, WTCR, GT) è un eufemismo...

Macau Grand Prix, corsa vera o “roulette russa”?
Massimo Falcioni
Pubblicato il 14 nov 2018

La buona notizia della 65esima edizione (la 52esima per le moto) del Macau Grand Prix che si corre sabato 17 novembre è che nessun pilota italiano sarà al via di questa corsa-corrida nella Las Vegas cinese. Definire mitica questa corsa sul serpente cittadino “Da Guia” incentrata sulle auto (Formula3, WTCR, GT) è un eufemismo. Nella storia, si sa, ci sono stati e ci sono miti positivi e miti negativi. D’altronde tutto è storico e tutto è storia, compresi i fatti e i personaggi più spregevoli di sempre. Leggenda? Per molti lo è anche Al Capone. Per non dire peggio.

Questa cosiddetta gara-mito non porta alcun valore aggiunto al motociclismo né sul piano tecnico (si corre con Honda RC213V-S, Bmw S1000RR, Ducati Panigale R, Yamaha R1, Kawa. l’unica “perla” è la Panigale V4 con Steve Heneghan, debutto tecnicamente poco significativo, date le caratteristiche del tracciato-budello) né su quello agonistico (i 28 selezionati piloti sono fra i big delle cosiddette “road racing”, oltre tutto perfetti sconosciuti da queste parti e non solo, al via per il ricco monte premi).

La corsa di moto, qui, è un “contorno”, un luccichino per allodole, uno strumento più rischioso di tanti altri per attirare pubblico e produrre audience tv, ben più remunerativo di quando nei circhi c’era il “giro della morte” dell’otto volante. E’ un riempitivo di un luna park-baraonda, tant’è che la gara (12 giri) si disputa sabato alle 9 di mattino, con qualifiche il venerdì alle 7,30 del mattino, sui 6 Km di un tracciato infilato fra “Armco barriers” gialle e nere, muretti, reti e ostacoli di ogni tipo girando sui 150 Kmh di media con punte da 280 Kmh su moto da oltre 220 cavalli.

Una “roulette russa” rombante. Qui chi sbaglia paga. Un errore costa caro, anche la vita. Inutile fare l’elenco degli incidenti e dei lutti: nel 2017 la corsa finì al quinto giro cancellata dopo il terribile schianto mortale contro le barriere dell’inglese Daniel Hegarty. La gente, ammassata dietro a reti da … Sing Sing, si eccita: come alla corrida, come al combattimento dei galli, come nelle mille diavolerie che da queste parti (chi è stato in alcune zone della vicina Hong Kong sa…) si inventano per passare il tempo e soprattutto per sbarcare il lunario, fare fortuna alimentando un giro di scommesse, manna per la malavita locale e non solo.

Qui tutto è possibile perché di clandestino c’è poco essendo tutto… clandestino e ognuno si fa la propria regola, quella del tornaconto personale. Nessuno, in un Paese civile, consentirebbe una gara motoristica su un tracciato del genere dove la sicurezza non è un optional perché qui l’eccezione è uscirne integri come si era arrivati. L’appeal della corsa è, appunto, legata alla sua insicurezza, alla sua pericolosità eretta a totem, alla possibilità di “non” sbattere contro le barriere, non il contrario.

Lo stesso TT dell’Isola di Man è cosa diversa – non solo sul piano storico-culturale e tecnico – così come erano diverse le gare italiane sui circuiti cittadini fino ai primi anni ’70. Inutile riaprire confronti e alimentare vecchie e nuove polemiche. C’è a chi piace tutto ciò? O si ignora la realtà o si è complici.

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