Moto3, perché a Rio Hondo è mancato il ruggito dei nostri “giovani leoni”?

Moto3 Argentina 2016 - Perché a Rio Hondo è mancato il ruggito dei nostri “giovani leoni”?

Moto3, perché a Rio Hondo è mancato il ruggito dei nostri “giovani leoni”?
Massimo Falcioni
Pubblicato il 6 apr 2016

Con il noto patatrac della MotoGP a ridosso del traguardo di Rio Hondo che ha spazzato via le due Ducati dal podio per la falciata di Iannone-kamikaze a danno di Dovizioso è passato in secondo piano il quasi… patatrac dei piloti italiani in Moto3. Attesissimi, i “giovani leoni” italiani non hanno ripetuto gli exploit della prima gara di Losail, “impreparati” nel gestire una situazione difficile, con la pista ibrida: né bagnata né asciutta. In questo caso, nessun ko, ma solo un passo più da… tartaruga che da felino, con tutti gli 11 piloti “tricolori” in classifica, ma con distacchi pesanti.

Nessuno dei “nostri” è stato protagonista, tanto meno in grado di contrastare l’arrembante inedito trionfatore 17enne rookie malese Khairul Idham Pawi (Honda), anche se la bandiera è (quasi) salva grazie a Andrea Locatelli (quarto a +30.339) e a Nicolò Antonelli (decimo a +45.893), guarda caso due piloti di sostanza, con alle spalle Team “esperti”, il Leopard Racing per Andrea e l’Ongetta-Rivacold per Nicolò. Perché questa debacle degli italiani? Possibile che in meno di un amen i migliori nostri siano passati da “fenomeni” a “brocchi”? No. Ma è indubbio che non è mancata una sovra esposizione di immagine (a dirla fuori dai denti, non si tratta solo di Bulega) che ha caricato di eccessive aspettative (e quindi di eccessive responsabilità) il drappello degli italiani, specie di quelli – diciamocela tutta – del Team VR46 di Valentino Rossi e di altri comunque legati al pesarese 9 volte iridato attraverso l’Academy, il Ranch e via cantando.

Trattasi di ottimi piloti, molto diversi fra loro per caratteristiche personali, esperienze ed età – ma con limiti oggettivi ed evidenti. Solo per fare un esempio, ne scegliamo due a caso: Romano Fenati è entrato nel suo 21esimo anno di età, è al quinto anno di mondiale, pilota di ottimi acuti ma anche con alti e bassi, fra l’altro molto a disagio sul bagnato, ed è ancora in lotta con i rookie 16enni come Pawi e Bulega. Quest’ultimo, appunto, è stato un vincente in tutte le sue tappe prima del salto nel mondiale dove ha dimostrato subito gran temperamento e stoffa di prima qualità ma – evidentemente – doti che non possono sempre sopperire alla mancanza di esperienza che viene con le gare, anche con quelle che portano delusioni e musi lunghi, come domenica nel GP d’Argentina.

Ma non possiamo dimenticare che in qualifica, Fenati aveva il secondo tempo e Bulega il quinto, a dimostrazione che sanno aprire il gas e sanno dove mettere le ruote. Allora? Allora in condizioni “anomale” (pioggia non pioggia, bagnato non bagnato) come quelle della gara di domenica scorsa, all’ultimo momento si è smarrita la bussola o – forse meglio – si è optato per una scelta nell’assetto delle moto risultata subito errata perché la pista via via andava asciugandosi. Un errore? No, anche perché anche altri Team hanno fatto la stessa scelta: praticamente, a parte le gomme slick, un assetto della moto troppo morbido, quasi da bagnato… rendendola inguidabile.

Caso mai, nel caso dello Sky Racing Team VR46 con tre piloti sulla griglia di partenza, si pone una domanda: perché si è scelto lo stesso assetto (sbagliato) per Fenati, Bulega, Migno non differenziandolo in modo di “azzeccarci” almeno con un pilota? Evidentemente – anche dopo le polemiche di Losail fra Fenati e Bulega – si è preferito mettere tutti sullo stesso piano: o “bene” per tutti o “male” per tutti. Un “o la va o la spacca” discutibile, in questo caso, perdente. E’ chiaro che, in condizioni normali gente come Fenati, Bulega ecc. non prendono distacchi così pesanti dai primi. E’ però altrettanto chiaro che uno come Pawi, oltre a disporre di una moto adatta alla bisogna, ben bilanciata, ci ha messo molto del suo. A differenza di molti altri, compresi i “nostri” che, vista la malaparata, hanno preferito non correre rischi ritenuti – evidentemente – inutili.

Nei primi 15 giri Pawi girava sull’1e59-1e58 mentre Locatelli, Bulega, Fenati ecc. ben oltre i 2 minuti. Pawi fa il miglior tempo (1’57.387) al 16° giro; Bulega lo fa al 17° giro (1’58.315) e Fenati fa il suo miglior tempo proprio all’ultimo giro: 1’58.072. Di certo le mutate condizioni della pista alla fine consentivano una guida più decisa. Ma è solo questo è c’è stata anche, per oltre metà gara, una eccessiva cautela? Sono solo esempi e solo domande. Antonelli, Locatelli, Fenati, Bulega, Bastianini, Bagnaia ecc. hanno comunque dimostrato in questi primi due round, di esserci e la “lezione” d’Argentina potrà tornare utile. Altri italiani, invece, navigano nelle retrovie, a prescindere: bagnato o asciutto poco cambia. Per questi, urge la svolta. In Texas la musica cambierà con in cielo le note dell’Inno di Mameli e il “Tricolore” al vento.

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