Fenati-Bulega, si beccano i "galletti" di Rossi. Il problema sta nel manico

La Moto3 lascia il Qatar con la polemica Fenati Bulega, compagni nello Sky Racing Team VR46 di Rossi. Ma chi ha ragione?

Fenati-Bulega, si beccano i "galletti" di Rossi. Il problema sta nel manico
Massimo Falcioni
Pubblicato il 22 mar 2016

Moto3 Qatar 2016 – L’aspra polemica a Losail dopo l’avvincente gara della Moto3 fra i piloti dello Sky Racing Team VR46 Romano Fenati e Nicolò Bulega è un classico del motociclismo quando ci sono due “galli” nello stesso pollaio. Il compagno di squadra, si sa, è il primo avversario da battere. Ma la rivalità interna deve essere di stimolo per essere più competitivi, se sfocia in rancore produce solo danni. Serve perciò nel Team una elevata capacità di gestione degli equilibri interni. Non basta essere dell’ambiente o essere stato pilota per dimostrare nei fatti di essere all’altezza in compiti così delicati.

Qui, le frecciate velenose fanno notizia perché si tratta di due “galletti” competitivi della covata di Valentino Rossi. Chissà se nessuno ha mai detto al “maturo” Fenati che il difetto maggiore di un pilota è quello di sopravvalutarsi e al rookie Bulega se nessuno ha consigliato il massimo valore per un pilota “esordiente”: l’umiltà. Un limite di questo motociclismo da show-business è quello di considerare tutti “fenomeni”, illudendo e illudendosi in un circolo vizioso che fa più danni oggi di quanti ne ha fatti per decenni il guard-rail in pista. A dominare è lo show personale di piloti che si considerano – spesso anzitempo e fuori misura – star, in un esibizionismo amplificato dai media ma fine a se stesso.

Enzo Ferrari diceva che il campione è “quello che va più forte e arriva anche primo”. Fenati e Bulega, alla loro prima gara nello stesso Team, sono stati brillanti protagonisti in corsa quanto scadenti, a caldo, subito dopo il traguardo. Ma vittoria e podio, a Losail, sono andati ad altri e specie a Fenati ma anche a Bulega va chiesto come affrontano questo passaggio in vista della prossime corse, se col proponimento di rivincita verso gli avversari o per consumare una vendetta contro il proprio compagno di squadra.

Va detto, senza offesa per nessuno, che in questi ultimi anni c’è una spinta esagerata a promuovere ragazzini di 15-16 anni spingendoli addirittura nel mondiale, senza riscontri adeguati rispetto alle effettive qualità. Ai grandi (pochi) campioni – i Rossi, i Marquez, i Vinales ecc – va bene il detto del: “veni-vidi-vici”: arrivano in una categoria e vincono, continuano a vincere e poi a vincere ancora in ogni categoria superiore. Dopo anni di permanenza senza il “vero” risultato, un pilota va valutato per quello che effettivamente è, forse bel corridore ma non fuoriclasse. Qui entra Bulega, ancora agli inizi del suo percorso agonistico, ma sul binario dei grandi sopra citati: ogni colpo un centro in ogni categoria. E’ evidente che uno così fa ombra, spariglia le carte, manda in tilt gli avversari, specie i compagni di squadra.

In effetti, sul piano del risultato agonistico, mentre il sesto posto in volata di Bulega è un exploit da stelletta con avanzamento di grado, il quarto posto di Fenati ha il sapore di un traguardo mancato. Questo perché Nicolò è un rookie di 16 anni al primo mondiale – definito dal Team Manager Pablo Nieto una “incognita” – mentre Romano è un 20enne, al suo quinto mondiale, il pilota su cui il Team punta (stando alle dichiarazioni dello stesso Nieto) per vincere il titolo iridato Moto3 2016. Da questi “battibecchi”, in mancanza di immediata chiarezza – sempre – uno dei due “galletti” ne esce sconfitto, spesso con conseguenze catastrofiche per il Team. Sulla responsabilità, entrambi i piloti – unica giustificazione la foga della corsa – hanno sbagliato. Ha sbagliato soprattutto Fenati, perché è più “maturo”, perché ha “sparato” per primo, perché – soprattutto – ha torto nel merito. Non è vero che il pilota ascolano è stato ostacolato dal suo compagno di squadra, cui va invece il plauso per una condotta di gara aggressiva quanto corretta.

Romano ha perso le staffe, arrampicandosi sui vetri di una diatriba inutile quanto errata, proprio perché il fatto non sussiste. Allora perché questo comportamento? Semplicemente perché Bulega ha avuto l’ardire di battersi nel gruppetto dei battistrada e addirittura l’”irriverenza” di guidare l’indiavolato carosello nel quale c’era pure Fenati, andato poi in tilt a causa della presenza ingombrante di Nicolò. Romano ha perso la gara per un proprio errore, sbagliando una staccata. Punto. Ha sbagliato poi anche Bulega, (“Non so perché si sia arrabbiato. Evidentemente gli tira il cu*o che gli davo la paga”) ma è solo un fallo di reazione di un 16enne provocato dalle frecciate velenose di Fenati. I test, le prove ufficiali, la prima qualifica e la prima gara di Losail confermano quanto abbiamo scritto pochi giorni addietro su Motoblog: “Nicolò avrà vita molto dura ma anche gli altri dovranno spesso (presto) fare i conti con il suo talento, le sue capacità tecniche, la sua voglia di vincere nel rispetto di tutti ma senza sudditanze di nessun tipo nei confronti di nessuno. Il manico viene sempre fuori, anche alla prima prova che conta”. Ecco. Qui siamo. Grande gara e grande casino.

Un boomerang per un Team che poggia su Sky dove la priorità è l’immagine, in questo caso alquanto intaccata. Fatta la frittata, addio alle belle frasi confezionate dagli uffici stampa: “Un Team come una famiglia, tutti fraterni amici” e così via. A bocce ferme e a menti raffreddate non pare che nessuno abbia fatto marcia indietro. Questa storia avrà altre puntate. Non c’è dubbio che Fenati – pilota di esperienza anche se dal carattere “cartavetrata” – vede nell’arrembante Bulega il ciclone che sta per investirlo sentendo su di sé l’ombra del compagno di squadra come il pulcino quella incombente dell’aquila. Ma una domanda s’impone. Perché Romano rivendica una leadership nel Team? C’è o non c’è una scala di priorità nel “tridente” del Team-corazzata con Fenati “capitano” e Bulega e Migno “gregari”? C’è qualcuno nel Team dalla lingua troppo lunga che ha … “illuso” Fenati inventando una gerarchia interna inesistente?

I responsabili del Team non possono far finta di niente o fare spallucce confidando nel rientro di una polemica solo appena iniziata o demandando la “rogna” al gran capo Valentino, in ben altre faccende affaccendato. Nel motociclismo, al di là dei salamelecchi, l’amicizia non conta, conta solo il risultato. Un Team, dell’amicizia (dei suoi piloti) può farne a meno. Può farne a meno anche dei risultati? Ecco. Senza un chiarimento non arriveranno neppure i risultati. Ma chi chiarisce che cosa? Le luminarie, la potenza mediatica (e i soldi) non bastano. Anzi, c’è il rischio di una forte ascesa… “artificiale” – bolla di sapone – che può provocare una altrettanto forte e rovinosa caduta: nei risultati e nell’immagine. Serve la capacità di direzione “reale”, non “portavoci” e “portaborse”. Serve la capacità di sintesi e anche il fiuto per individuare – prima, non dopo – il talento di chi fa la differenza in pista. Perché in questo sport la differenza si fa in pista, non con le hospitality più accattivanti o con le ombrelline più invitanti.

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